Una Papera per amica

Archivio per marzo, 2011

Sbarchi a Lampedusa

Sono 1.973 i migranti arrivati nelle ultime 24 ore a Lampedusa. E’ il numero più alto di arrivi da quando sono ripresi gli sbarchi. A fine mattinata  un’imbarcazione con a bordo una quarantina di extracomunitari è approdata al porto.

Dopo la mezzanotte sono sbarcate 388 persone, presumibilmente tutti tunisini. Fra loro c’è anche un disabile. Impressionante anche il dato degli ultimi tre giorni: da venerdì sull’isola sono arrivati 3.721 migranti. Ora complessivamente ci sono 5.534 i migranti a Lampedusa.

Sono almeno due i barconi partiti dalla Libia dai quali in queste ore è stato lanciato l’s.o.s. attraverso telefoni satellitari e dei quali finora non è stata trovata traccia. Lo conferma Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. A bordo ci sono persone di nazionalità somala, eritrea e libica, compresi molte donne e molti bambini.

E intanto sono in corso le operazioni di soccorso per un barcone con circa 300 persone a bordo che si trova in difficoltà a 7 miglia al largo di Lampedusa. Verso il barcone, che starebbe imbarcando acqua, si stanno dirigendo le motovedette della Capitaneria di porto. A bordo ci sono anche donne e bambini.
Nella notte, subito dopo l’ennesimo arrivo al porto una ventina di extracomunitari annunciano di avere intrapreso lo sciopero della fame, mostrando cartelli con scritte in francese e arabo.

Oggi il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, ha visitato l’isola per capire la situazione delle scuole. “Ho constatato che, nonostante gli allarmi lanciati, non si e’ verificato finora il temuto blocco dell’attività scolastica. Salvo pochi casi, i ragazzi vanno regolarmente a scuola e l’istituzione scolastica lavora normalmente. E’ un ottimo segnale per l’isola”, ha detto dopo essere stato nell’istituto scolastico omnicompresivo ‘Pirandello’.
 La scorsa notte altri 500 migranti sono stati trasferiti nel Villaggio della solidarietà di Mineo, nel Catanese, che, attualmente, ospita complessivamente circa 2.000 extracomunitari. Le persone portate nella notte nel Residence degli aranci sono cittadini somali, eritrei, egiziani, richiedenti asilo che erano su due barconi soccorsi da navi della capitaneria di porto al largo delle Egadi e portati a Porto Empedocle. Tra loro ci sono una trentina di di donne e una decina di bambini.
Per protestare contro il loro arrivo questa mattina a Mineo si è tenuta una manifestazione organizzata dalla federazione provinicale di Catania della Destra-As. “Non ci piacciono le strumentalizzazioni di chi fa finta di non accorgersi che siamo di fronte a un fenomeno epocale dovuto anche al fatto che le rivoluzioni africane in atto stanno coinvolgendo milioni di cittadini e tutto questo accade mentre a Bruxelles sembrano dimenticare che l’obiettivo dei migranti non è invadere l’Italia ma raggiungere ogni lembo dell’Europa”, ha detto il segretario regionale della Destra, Gino Ioppolo.

L’emergenza non si ferma. Ventuno uomini e una donna sono stati soccorsi e portati in salvo da una motovedetta della Guardia costiera di Pantelleria. Erano su un peschereccio alla deriva nel canale di Sicilia a circa 38 miglia a nord dell’isola. Sono stati segnalati dall’aereo del Frontex che da circa un mese monitorizza l’area.

Il personale della Guardia costiera li ha raggiunti e li ha presi a bordo della motovedetta. Il peschereccio è stato lasciato alla deriva ed è stato emesso un avviso per i naviganti.

Ps: incubo del terrorismo a parte, dallo Stagno sono solidale con chi lascia tutto per un mondo migliore: anni fa nel mio piccolo l’ho fatto anche io!

Guerra in Libia

Adesso è guerra nel Mediterraneo.

Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Canada e Spagna hanno scatenato l’offensiva contro Muammar Gheddafi e il suo regime. L’hanno chiamata “Odissey Dawn” (“Alba di Odissea”)., nel pomeriggio, si sono mossi per primi i ricognitori e i caccia di Sarkozy. Poi, le navi e i sommergibili americani hanno scatenato una pioggia di oltre un centinaio di missili “Tomawhak” su obiettivi strategici (installazioni militari, caserme, depositi d’armi e di carburante, strutture di comunicazione). Più tardi, nella notte, altri raid francesi e poi anche inglesi. Tripoli è in fiamme e la contraerei libica spara (un po’ alla cieca) nel cielo della capitale contro i Mirage francesi e i Tornado britannici praticamente irraggiungibili. Dalle postazioni libiche si alzano anche grida di “Allah è grande”. La Libia, adesso, si lamenta: il comunicato del governo parla di “azione dei crociati” che “ha colpito strutture civili e ospedali e ha causato almeno 48 vittime tra cui donne, vecchi e bambini e 150 feriti”. Gheddafi, invece, interviene con un messaggio radio piuttosto violento: ”Il Mediterraneo è diventato un campo di battaglia – ha detto ieri in tarda serata -. Attaccheremo obiettivi civili e militari”. Dietro a queste parole c’è la minaccia che fa più paura: quella del terrorismo. Perché, se ha probabilmente ragione, Silvio Berlusconi quando sentenzia: “Non ha i

mezzi per colpirci”, è chiaro

che l’opzione terroristica (anche se non facile da organizzare su due piedi dal Colonnello e dai suoi uomini), resta decisamente più praticabile per quel che resta del regime libico che il 21 dicembre 1988 organizzò l’attentato contro il volo Pan Am 103 caduto a Lockerbie causando 288 vittime..
Regime che, nel frattempo non aveva fermato l’azione bellica contro i “ribelli” asseragliati a Bengasi. Gli uomini che hanno tentato di ribaltare il regime, hanno accolto con gioia rumorosa le immagini degli aerei francesi sul loro cielo e dei missili che lasciavano il cacciatorpediniere “Barry” per abbattersi sul loro territorio.

La decisione di scatenare l’attacco era stata presa dopo il vertice di Parigi tra Onu, Stati Uniti, Ue e Paesi arabi. A partire dalla risoluzione 1973 dell’Onu per la creazione di una “no-fly zone” sulla Libia e per far cessare la violenza contro la popolazione civile. Russia e Cina non erano d’accordo, ma si sono limitate a esprimere il loro “rammarico”. La Germania ha preferito restarne fuori. L’Italia è dentro. Metterà a disposizione le sue sette basi (in quella di Decimomannu, vicino a Cagliari sono già arrivati gli aerei spagnoli pronti all’attacco). Il ministro della Difesa, La Russa, fa sapere che i nostri aerei da combattimento sono pronti a partire dalla base di Trapani Birgi in un quarto d’ora. Berlusconi frena fiducioso: “Penso che non serviranno”. Ma Bossi si lamenta perché gli accordi nel governo erano diversi. La Lega avrebbe preferito restarne fuori come i tedeschi e adesso paventa l’arrivo di “un milione di profughi”.

Il raid vero e proprio è partito alle 17,45 con quattro cacciabombardieri francesi che hanno attaccato nella zona di Bengasi distruggendo alcuni carriarmati che si prepravano ad attaccare i ribelli. Poi, le prime bombe su Tripoli. Nella notte la seconda ondata con alcuni aerei che hanno puntato la residenza di Gheddafi. Ma il “rais” potrebbe essere nascosto altrove. Ieri sera, i libici hanno potuto solo sentire la sua voce: minacce e toni furibondi. E in molti parlano di scudi umani attorno al rais.

Modello

Oggi ero presa da una curiosità irrefrenabile e ho cercato notizie su internet di un mio ex compagno di classe: come mai su internet direte voi? Perchè da grande voleva fare il modello….e ci è riuscito!

Complimenti a Luca! Quando eravamo in classe lo prendevo sempre per i ” fondelli” dicendogli che era brutto. Quello a cui forse non crederete è che oltre ad essere bello, ha anche un gran cervello, a dimostrazione che anche i belli possono essere bravi. Ora quello che vorrei dirgli è di nuovo complimenti per la carriera, ma mostra sempre la parte che più apprezzavo di te: il cervello!  Un bacio grande grande Luca!

Becco contro il nucleare

Vent’anni dopo il referendum (1987) le ragioni del NO all’energia nucleare sono ancora attuali, sia per lo smaltimento delle scorie che per la quantità di uranio. Senza contare i costi reali. Non ci sono esempi accettabili per la gestione di lungo periodo delle scorie, i reattori a sicurezza intrinseca sono ancora allo studio, non esiste una filiera che non sia utilizzabile anche a fini militari, le riserve di uranio sono molto limitate. E, non meno importante, l’energia nucleare è molto più costosa di quanto si dice e rappresenta.

Questa mancata soluzione dei nodi irrisolti della tecnologia nucleare di fissione permane, nonostante decenni di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo che hanno visto le tecnologie nucleari assorbire gran parte delle risorse nei Paesi Ocse destinate al settore energetico. Infatti, se le fonti rinnovabili, tutte insieme, nel periodo 1992-2005 hanno visto l’11% delle risorse di ricerca e sviluppo, il nucleare da fissione ha assorbito oltre il 46% e quello da fusione oltre il 12% (fonte Iea).

L’uranio estraibile a costi economici calcolabili, secondo le stime correnti, è dell’ordine dei 3,5 milioni di tonnellate. Con un consumo attuale dell’ordine di 70 mila tonnellate/anno per coprire il 6% della domanda globale di energia primaria, il rapporto tra consumi e risorse è di 50 anni (ci vogliono almeno 10-12 anni per costruire una centrale nucleare).

Se davvero ci fosse un “rinascimento nucleare” l’esaurimento della risorsa sarebbe ancora più veloce. In questi ultimi 4 anni il prezzo dell’uranio è salito di circa 20 volte, senza che ci sia stato alcun aumento della richiesta. Allo sviluppo dei reattori di IV generazione (2030 secondo i promotori) è affidato anche il compito di superare questi limiti: tre delle sei filiere studiate sono reattori veloci al plutonio e, tra queste, quella più avanti nello sviluppo è raffreddata al sodio liquido. Il Superphénix, un reattore veloce al plutonio raffreddato al sodio liquido, cui era affidato il compito di trasformare in plutonio l’uranio naturale, è stato il più grande fallimento industriale della storia: 13 mila miliardi di lire anni ‘80 e ‘90, cui si devono aggiungere 2,1 miliardi di euro (stimati dalla Corte dei Conti francese per lo smantellamento) chiuso nel 1994 dopo 54 mesi per i continui incidenti. I cittadini italiani non lo sanno ma hanno pagato attraverso Enel il 33% di queste cifre.

In Italia  ci sono 235 tonnellate di combustibile nucleare ’irraggiatò, usato prima del referendum dell”87 nella centrale di Caorso. Invece di pensare al nuovo, bisogna pensare anzitutto che la sistemazione delle scorie costerà non meno di 4 miliardi di euro, prelevati dalle bollette della luce con gli “oneri nucleari” (150 milioni all’anno circa). Il contratto da 267 milioni di euro siglato dal governo con la francese Areva per “ritrattare” le 230 tonnellate di combustibile esaurito, è una scelta che non risolve nulla – le scorie vetrificate ritorneranno comunque in Italia – e produce emissioni inquinanti e rischi nei trasporti in andata e ritorno. Il primo dei trasporti da Caorso è in attuazione.

Senza considerare che per come vengono amministrate le cose in questo stagno, l’ Italia, nulla di più facile che ci facciano fare una brutta fine, insomma, il sogno di una Papera non è mai finire arrosto.

Giudici in Rivolta

Anm: “Non escludiamo lo sciopero”

Il premier precisa che il varo del nuovo testo costituzionale “è un punto di svolta che non c’entra con i processi in corso” e si mostra ottimista anche sul futuro del governo: “Siamo a quota 330”. Opposizione pronta a dare battaglia: “Norme punitive fatte contro i giudici”. Il ministro: “Critiche precotte”.

ROMA – “Un punto di svolta”, un cambiamento che se fosse stato introdotto vent’anni fa avrebbe evitato “l’esondazione, l’invasione della magistratura nella politica e quelle situazioni che hanno portato nel corso della storia degli ultimi venti anni a cambiamenti di governo, a un annullamento della classe dirigente nel ’93”. Soprattutto, avrebbe evitato “il tentativo che è in corso di far cadere il governo per via giudiziaria”. Silvio Berlusconi descrive così il disegno di legge costituzionale per la riforma della giustizia varato oggi dal Consiglio dei ministri. Il governo ha salutato con un applauso l’approvazione del testo messo a punto dal ministro Angelino Alfano. Il testo varato dal Cdm è esattamente quello proposto dallo stesso Guardasigilli e discusso ieri pomeriggio nel corso di un colloquio al Quirinale con il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Imemdiate le critiche delle toghe. Con l’Anm, che per bocca del segretario Palamara, “non esclude” lo sciopero. La decisione sarà presa il 19.

Berlusconi: “Un punto fondamentale del programma”. La soddisfazione del premier per il varo del tanto agoniato provvedimento si è estesa anche al quadro politico generale. “E’ dal 1994 che volevo questa riforma, è dai tempi della nostra discesa in campo, finalmente riusciamo a realizzare un punto fondamentale del nostro programma”, ha commentato Berlusconi con i colleghi del governo. “Abbiamo una maggioranza solida e contiamo di arrivare a 330 deputati a Montecitorio”, ha aggiunto nel corso del Consiglio dei ministri, secondo quanto riferito da fonti governative. Il presidente del Consiglio durante la riunione avrebbe poi sottolineato che il nuovo testo è “una riforma organica, di prospettiva e di profondo cambiamento che non ha nulla a che fare con i processi in corso e non è contro nessuno”.

“Sarò ai processi, spiegherò la verità”. Anzi, ai processi che lo vedono imputato, Berlusconi ha spiegato poi in conferenza stampa di voler essere presente. “Mi prenderò la soddisfazione di essere presente ai processi e credo che mi prenderò delle belle soddisfazioni e soprattutto spiegherò agli italiani come stanno veramente le cose”. Il Cavaliere ha quindi ribadito che “per la prima volta nella storia della nostra Repubblica presentiamo un testo di riforma completo, organico, chiaro, convincente. Lo portiamo all’attenzione del Parlamento che lo discuterà, lo approverà e intendiamo sostenere questa riforma con una larga comunicazione. E’ una riforma che va nell’interesse dei cittadini. Sono già pronte dieci leggi di attuazione, che presenteremo in successione al Parlamento”. Riferendosi al ridimensionamento del ruolo del pubblico ministero, uno dei punti più a cuore del premier, Berlusconi ha sintetizzato con una battuta: “Il pm per parlare con il giudice dovrà fissare l’appuntamento e battere con il cappello in mano e possibilmente dargli del lei”.

I contenuti del ddl. Il ddl costituzionale contiene la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, l’estensione della responsabilità civile del giudice, nonché due Csm separati, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica, come previsto nella bozza anticipata ieri. Il cardine, ha illustrato in conferenza stampa Alfano, è la divisione tra giudici e pm. La riforma, ha sottolineato,  “pone al centro la parità tra accusa e difesa. E’ un impegno che abbiamo assunto con i cittadini. Ed è quello che stiamo sostenendo dal 1994”. Il giudice, ha aggiunto, diventa colui che è davvero sopra le parti perché non è più pari al pm. Giudice e pm, ha insistito il ministro, “svolgono mestieri differenti. Il giudice deve valutare cosa gli vengono a dire accusa e difesa”.

Per questo, ha detto ancora, il Guardasigilli, “giudici e pm devono avere un organismo di governance del tutto autonomo e indipendente rispetto ai giochi interni alle correnti della magistratura e alla politica”. La responsabilità disciplinare dei di giudici e pm è stata però “estrapolata dal Csm”, con la creazione di un’Alta Corte di disciplina “composta per metà da da magistrati e per metà da eletti da Parlamento tra coloro che abbiano competenze giuridiche consolidate”. Quanto alla responsabilità civile,  la riforma prevede che “il cittadino possa citare in giudizio il magistrato che ha sbagliato”. “Il principio di responsabilità è un principio di libertà”, ha sostenuto Alfano.

I punti della polemica. Altri punti destinati a scatenare polemiche sono sicuramente il divieto ad appellarsi ad una sentenza di assoluzione in primo grado e la revisione del principio di obbligatorietà dell’azione penale. Quest’ultima sarà mantenuta, ma secondo “i criteri previsti dalla legge”. “Si partirà prima dalle priorità – dice Alfano – e poi il resto. Se il giudice non potrà perseguire tutto, le priorità le definirà il parlamento”. Alfano, come aveva già fatto il premier, è tornato quindi ad assicurare che la riforma non riguarderà i procedimenti in corso. “Questi principi non si applicano ai procedimenti in corso alla data dell’entrata in vigore della legge”, ha ricordato il ministro. Quanto infine al processeo breve, il ministro ha ricordato che “è calendarizzato per la fine di marzo”. “Mi sembra che ci sia una fase di stallo, al momento non è priorità. Ora stiamo pensando alla riforma, al ddl costituzionale”, ha proseguito. Mentre il presidente del Senato Renato Schifani ha parlato di “un cantiere aperto”, auspicando “punti d’intesa”.
 
Il no dell’opposizione.
L’opposizione resta comunque sulle barricate. Non è una riforma, “punta soltanto a togliere autonomia al pm e a metterlo sotto il controllo del potere politico del governo”, commenta Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera. Quanto alla futura approvazione del Parlamento, Franceschini è certo che non passerà con i due terzi (per evitare il referendum, ndr) e che “non arriverà nemmeno alla maggioranza”. Il segretario democratico Pier Luigi Bersani prevede che “si butterà la palla avanti per due anni, con una discussione a vuoto su una riforma costituzionale mentre i problemi della giustizia sono completamente dimenticati e il servizio giudiziario non sta funzionando”. Durissimo anche il giudizio di Antonio Di Pietro: “Una riforma così antidemocratica da stravolgere lo stato di diritto”, e “l’Idv presenterà un solo emendamento, completamente abrogativo di tutta la riforma e poi chiederà il referendum perché il corpo elettorale mandi a casa la riforma e chi l’ha fatta”. Critico anche Fabio Granata di Fli: “Sulla riforma della giustizia si discuterà in sede parlamentare. Mi sembra comunque che presentarla, da parte del premier, sostenendo che se fosse stata vigente non ci sarebbe stata Mani Pulite e che il pm per parlare con il giudice dovrà fissare l’appuntamento e battere con il cappello in mano, non sia un buon inizio”. Per Massimo D’Alema (Pd), prima di ogni discussione sui temi della giustizia “devono arrivare le dimissioni di Berlusconi”. Ma Alfano replica: “Al centrosinistra diciamo che noi siamo disponibili ad un confronto nel merito. Trasuda cinismo il ragionamento di coloro i quali dicono che si potrebbe dialogare nel merito delle proposte se non fosse per il proponente”.
 
La reazione dei magistrati.
Pesantemente negativo anche il giudizio dei magistrati. Il presidente e il segretario dell’Anm, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, definiscono il ddl una “riforma punitiva”, fatta “contro i giudici” e che “riduce le garanzie per i cittadini”. In una nota i due leader del sindacato delle toghe ribasdiscono che il testo “mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura” e “altera sensibilmente il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato”. Crtiche che Alfano definisce “precotte e forse arrivate prima che il testo fosse divulgato”. Il Guardasigilli nega, inoltre, che il governo abbia intenzione di mettere i pm sotto il governo: “Anche perché l’idea di farlo sotto un esecutivo di sinistra ci atterrisce”.

Il sì degli avvocati.
Secondo  un sondaggio lanciato dal 23 febbraio al 9 marzo sul sito di infoazione giuridica Altalex, ai legali, invece, piace la separazione delle carriere dei magistrati.

A questo punto propongo un premio ai giudici che sono stati costretti a leggere quintali di pagine su come passa le notti il presidente del consiglio. PS Secondo me non erano entusiasti!

Parigi-Libia

Parigi accelera: dopo aver legittimato come rappresentante del popolo libico il consiglio nazionale di Bengasi, il presidente Sarkozy spinge con i partner Ue per raid “mirati”. Frattini: “L’Italia non parteciperà”. La Nato: “Azioni militari solo con risoluzione Onu”. Intanto rafforza la presenza marittima nel Mediterraneo. Mosca: stop a tutti i contratti con Tripoli. Il Consiglio europeo ha adottato in modo formale l’estensione delle sanzioni congelando anche gli asset delle società legate al regime libico. Continuano gli scontri sul terreno: secondo testimoni, Zawiya è stata riconquistata dalle forze fedeli a Gheddafi. Ancora bombe su Ras Lanuf. L’allarme della Croce rossa: è guerra civile, preoccupati per il numero di vittime e feriti. Arrestati due giornalisti del Guardian e dell’Estado che risultavano scomparsi

La situazione nello Stagno adiacente è sempre più tesa.

Tutti a scuola a copiare:ma vecchio stile

Ecco, finalmente, un campo nel quale le buone, vecchie abitudini si intrecciano con le nuove tecnologie, senza elidersi né cannibalizzarsi. Sui banchi di scuola italiani, nelle università, nei concorsi, si copia come prima e più di prima. Lo fanno tutti, i maschi più delle femmine, gli studenti del liceo scientifico più di quelli del classico, chi è scarso in misura maggiore rispetto ai bravi, ma – al netto dei contrappesi statistici – le percentuali sono eloquenti: copiano “spesso” o “qualche volta” il 69,2 dei ragazzi, il 59,8 delle ragazze. Due studenti su tre. E a comporre l’identikit del copione ci sono dati curiosi, come il primato dell’istituto tecnico agrario, dove confessa di copiare spesso il 45,1 per cento degli allievi, contro l’11,1 dei classici. All’artistico, in compenso, non copia mai il 12,8 per cento, ma è facile ritenere che questo dato, il più virtuoso in assoluto, sia legato alla difficoltà di riprodurre un disegno o una tavola. Chi ha la media dell’8, del resto, copia spesso soltanto nel 6,4 per cento dei casi, mentre chi è sotto il 6 lo fa una volta su due.

È da questi dati, messi insieme con lunghe ricerche e incroci, che è partito il sociologo Marcello Dei per il suo “Ragazzi, si copia”, che esce domani per il Mulino con una prefazione di Ilvo Diamanti. Lo studioso e altri ricercatori (nel caso dei licei, Rita Chiappini) hanno poi classificato i sentimenti di chi attinge a piene mani, nascondendosi al professore: 6 su 10 risultano

indifferenti, uno su quattro è soprattutto soddisfatto per la furbizia dimostrata. La gioia supera di un soffio il senso di colpa: 38,5 per cento contro 37,1. Un atteggiamento mentale lontano, almeno apparentemente, da quello tedesco, che ha da poco spinto alle dimissioni il ministro Karl-Theodor zu Guttenberg, smascherato come laureando copione, o i regolamenti delle principali università americane che prevedono l’espulsione in caso di plagio.

D’altra parte, in Italia, chi non copia non lo fa per virtù. “Timidezza e superbia. Sono i due difetti che mi hanno impedito di farlo, ma non ci avrei trovato nulla di male – ammette Domenico Starnone, scrittore ed ex prof, autore di Ex Cattedra e Sottobanco  –  Ero, anche, abbastanza arrabbiato con i miei compagni che copiavano ossessivamente mentre io sgobbavo sui libri. Più tardi, da insegnante, ho valutato seriamente la possibilità di consentire ai ragazzi di accedere alle fonti: come si fa, per esempio, a scrivere qualcosa di non banale in un tema letterario se non si ha la possibilità di consultare dei testi? Chi non sa nulla, comunque, non è in grado di fare neppure questo”. Stesso problema per gli scienziati: copiare è un’arte e richiede abilità. “Per “rubare” un compito di matematica al compagno bisogna comprendere le formule, altrimenti si sbaglia – spiega il matematico Piergiorgio Odifreddi – Inoltre, ci vuole una grande fiducia nelle capacità dell’altro, che io per esempio spesso non avevo, convinto di essere il migliore… Si copia fin dai tempi di Pitagora, e i geni come lui sono rarissimi: la maggior parte di noi, anche dopo la scuola, non fa altro che rimasticare cose già fatte da altri”.

La tolleranza è molto diffusa. “Copiare – avverte Dei nel suo nuovo libro – è come giocare a guardie e ladri. Presuppone l’interazione tra copiatore e guardiano, e magari un terzo complice”. Del resto, come rivelano i suoi dati, solo il 24,4 per cento dei professori ritiene il fatto di copiare il compito in classe “molto condannabile”, mentre chi suggerisce ai compagni può essere perdonato secondo il 77 per cento. Il campione utilizzato dall’autore tra gli alunni di quinta elementare e quelli delle medie inferiori, del resto, rivela che il vizio si impara da piccoli: già in quelle classi, infatti, copia spesso il 4,7 per cento, e qualche volta un più consistente 28,7, mentre solo il 25 per cento si dichiara del tutto virtuoso. In cima alla classifica c’è la matematica, che offre quasi la metà delle occasioni di frode. Bambini e ragazzi, del resto, non vengono particolarmente repressi: alla domanda “sei stato scoperto?” il 58,3 per cento dei copioni risponde con fierezza “mai”, e al quesito “che cosa è capitato quando l’insegnante se ne è accorto?” il 6,2 per cento asserisce che non è successo nulla e il 38,8 spiega con sollievo di aver ricevuto “solo una sgridata”, mentre è stato punito il 10,8 per cento. “Rubare” i compiti scolastici, d’altra parte, è un delitto senza vittime, almeno nella percezione degli studenti italiani, e tutt’al più fa male a chi lo commette. Alla domanda su quale sia il danno di questo comportamento, il 66,8 per cento risponde “lo studente che lo fa e ottiene un buon voto inganna se stesso”, mentre solo il 6,6 ritiene che la parte lesa sia il compagno dal quale si è copiato, e il 12 per cento si rammarica per chi “invece ha studiato”.

Ogni tanto, qualcuno si stanca di dover passare i compiti, come l’astronoma Margherita Hack. “Feci una gran scenata ai miei compagni, ero stanca di essere sfruttata, e del resto non andavo oltre il 6 o il 7”, racconta. Lo scrittore Claudio Magris ne fa, invece, una questione di lealtà: “Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna a essere amici di chi ci sta di fianco”. La pensa allo stesso modo Fabrizio Jacobacci, avvocato, titolare di uno degli studi più importanti al mondo specializzati nella tutela dei marchi, e dunque nelle strategie anti-plagio. “Ero bravo in matematica – racconta – e facevo in modo che tutti i miei amici riuscissero a copiare da me. Almeno allora non ci vedevo nulla di male”.
E tra i coming out più famosi, come dimenticare quello di un imprenditore di successo, Luca di Montezemolo, che nel maggio del 2007 incoraggiò così gli studenti della Luiss: “A scuola ero campione mondiale di copiatura, facevo sempre in modo di mettermi vicino a qualcuno bravo e generoso…”. Altri, come l’attore e regista Moni Ovadia, rivendicano il sottile filo rosso che unisce la tolleranza tra i banchi con arte, musica, teatro. “Copiavo, avrò copiato di certo qualche volta – ricorda Ovadia, che ha frequentato il liceo scientifico alla Scuola ebraica di Milano – Ora lo faccio di continuo, perché il mio lavoro non è altro che trasferire delle idee, possibilmente senza spacciarle per nostre. Un giorno un pianista klezmer di Cracovia suonò una canzone che mi piaceva molto, glielo dissi e mi rispose: “La musica è mia, le parole le ho rubate anche quelle”. È stata una lezione di vita”. Lontano dai palcoscenici e fuori dalle aule, però, esistono mondi dove il furto del lavoro altrui è considerato una bestemmia: “Cerchiamo di avere idee originali, ma se fossimo tentati di copiare i concorrenti se ne accorgerebbero subito – dice Anna Innamorati, pubblicitaria, presidente di McCann Erikson Italia – Paradossalmente, per noi, l’esistenza della Rete e la possibilità per tutti di spiare il lavoro altrui ha reso più difficile il plagio”.

La condanna morale del copiare, invece, è al centro del sistema scolastico americano, dove la parola usata è cheating, imbrogliare. “Per chi studia negli Stati Uniti – dice Daniela Del Boca, economista, docente, studi a cavallo tra i due Paesi – si tratta di una possibilità che non esiste, specialmente una volta arrivati all’università, dove si paga molto e in genere si è molto motivati. Ma copiare viene stigmatizzato fin dal liceo. Copiare significa non credere in se stessi, che si scontra con l’individualismo alla base del loro pensiero, mentre da noi prevale la tendenza a conformarsi ad un gruppo. Personalmente, se scopro uno studente che copia annullo la sua prova, ma perlopiù cerco di responsabilizzarli”. La maggior parte dei prof, però, non è così ottimista, e cala le armi di fronte a finti orologi collegati a Internet o alla vecchia “cartucciera” ancora in voga, con le varie traduzioni infilate negli interstizi della cintura. “Che cosa dovremmo fare? – lamenta l’insegnante di liceo Luigi Smimmo, uno dei tanti che hanno scritto a Marcello Dei – Dare da tradurre versioni non d’autore, in modo che siano introvabili? O isolare le nostre aule, creando una zona senza campo telefonico? Impossibile. Non resta che continuare a lavorare. E sperare”.