Una Papera per amica

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Una protesta silenziosa….ma non troppo!

Si, Cari Lettori, perchè sono due cose delle quali durante l’anno potremmo fare volentieri a meno.
Il primo ci cade tutti gli anni tra capo e collo dopo il pagamento del canone ( se è questo quello che ci propongono dovrebbero avere l’onestà di levare anche il canone Rai), una settimana a reti unificate ( con tutto il rispetto per Fabio e Luciana ), è nauseante.
Sopratutto se dopo una settimana intensa l’unica cosa che vorresti il venerdì sera ( l’unica sera nella quale ottengo il controllo della tv ) è metterti sotto le coperte e goderti la tua fiction preferita…..e invece no non puoi, perchè pur di dirottarti sul Festival della tua fiction preferita fanno le repliche della prima stagione…..e tu sei alla quinta…..e appendi un becco.

Come protesta silente a quel punto applichi ciò che sai fare meglio e riprendi in mano il libro sul comodino pensando : appena posso lo scrivo sul blog!

Finita la tortura Rai c’è quella Mediaset: il Grande Fratello!
Qualcuno di voi lo sapeva che era andata a fuoco la casa? Qualcuno era in ansia? Qualcuno si era accorto che quest’anno a Natale non inquadravano qualcuno in gabbia?
No perchè mi è mancato così tanto ……che non me ne sono proprio accorta! Me lo ha ricordato un commento casuale di mio fratello.
Sarà che di questo periodo i problemi veri sono altri, sarà che con i soldi che spendono per queste ” amenità ” potrebbero aiutare un sacco di gente, sarà che su di me ha ancora più fascino un libro ( uno vero con le pagine stampate, quello che quando lo apri ha odore di inchiostro, non quella roba elettronica e moderna che ci propinano ora ), o forse è solo che ancora mi piace avere la possibilità di scegliere…………

Un bacio!

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Una Papera ” modaiola “

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Lo ammetto non sono una Papera vanitosa, io lo specchio lo guardo solo per pulirlo. Ma si sa, quando sei in un centro commerciale con il tuo ragazzo a passare la domenica le stupidagini le fai tutte. Premessa sabato mattina mi ero infilata i miei pantaloni taglia 44, comoda come sempre.
Domenica da Zara noto un bellissimo abitino nero, uno di quello che le donne che se ne intendono definiscono un ” passepartout “. Io sono più il tipo ” scarpa da ginnastica e jeans “,ma dato che la voglia di giocare viene a tutti sono entrata a provarlo. Sono rimasta sorpresa dal fatto che tutti i vestiti fossero piuttosto di dimensioni ” ridotte “, ma quando dell’abito taglia L non è salita su neanche la cerniera ho appeso un lunghissimo becco.
Ora le questioni sono due:
a) ho messo su 20 chili in 48 ore (nel qual caso voglio la certificazione del record )
b) forse è il caso che chi fa i vestiti ricordi che le donne normalmente hanno le curve, o almeno le avevano.

Si perché girando nel centro commerciale ho notato un proliferare ( in altri negozi ) di taglie XS davvero allarmanti.
E credetemi se ne so qualcosa io che in passato sono arrivata a pesare 45 chili, neanche così ci sarei entrata in quelle cose.
Morale? Ho rimesso i miei pantaloni, le scarpe e sono corsa fuori di lì assolutamente soddisfatta di non essere più un’osso!

Concorso docenti

” Spes ultima dea est et omnium rerum pretiosissima, quia sine Spe homines vivere nequiet “.

Ed è sempre un buon modo per iniziare a scrivere sul Blog ed anche un’eccellente modo di vivere visti i tempi.

” La speranza è l’ultima dea e la più preziosa di tutte le cose, poichè senza speranza gli uomini non possono vivere “.

Confesso, ero una dei tantissimi docenti precari a concorrere per una di quelle 11.542 cattedre. Detto così sembrano tante, invece sono poche, pochissime, per chi da piccola se le chiedevano cosa voleva fare diceva ” la professoressa “.

La figlia di operai che con fatica realizza il sogno dopo un’infinità di esami e tanti sacrifici da parte dei genitori, una delle tante professoresse senza cattedra ma che potendo insegnerebbero anche gratis, solo per il piacere di formare giovani menti.

Ed eccolo lì il sogno, con persone che se intervistate sulla partecipazione al concorso ammettono senza falsi pudori che lo fanno per il ” posto fisso “.

E quella che i miei professori chiamavano ” la devozione “?

E il piacere d’ istruire?

C’è anche quella al concorso, la signora seduta accanto a me mi chiede ” Ma quanti anni hai ?” e io  le rispondo, e ottengo un ” Ma sei giovanissima, hai l’età di mia figlia! “.

Così iniziamo a parlare e lei mi racconta di ventiquattro anni da insegnante precaria di inglese ma lo fà con una tale passione nei confronti del suo lavoro e dei suoi ragazzi che io mi sento piccola piccola, seduta lì a tentare la sorte.

Si, avete letto bene, la sorte…..cinquanta minuti per cinquanta domande ingiuste, inique, che non hanno nulla a che fare con nessuna materia, tranne le 18 di grammatica.

Quanti di voi hanno mai smontato un pc per guardare com’è fatto dentro? Chi di voi è appassionato della settimana enigmistica ( perchè questo erano le 18 domande di ” logica ” )? Chi usa tutti i programmi applicativi del suo pc?

Potrei continuare ma la lista è lunga.

Una collega mia coetanea propone ” Facciamole fare ai parlamentari e buttiamo fuori chi non ci  riesce “. ”  Ottimo ” ribatto, ” così svuotiamo il Parlamento “. Sarebbe una bella sfoltita!

Poi la mia collega precaria da ventiquattro anni mi dice ” comunque vada oggi non rinunciare al tuo sogno “. E io penso che sì, potrebbe essere mia madre e che spero con tutto il cuore che questo quiz ingiusto lo superi, che realizzi il suo perchè lo merita più di me, che ci sono così tanti precari nelle liste in esaurimento che questo maxiconcorso è una falsa dispendiosa perchè basterebbe assumere gli insegnanti che già abbiamo.

Non voglio per i miei  futuri figli docenti che insegnano per ” amore del posto fisso “, avrei voluto qualcuno come la donna seduta accanto a me che avrà anche l’età di mia madre ma possiede esperienza da vendere e passione innata!

Vorrei essere come quella professoressa tra una ventina d’anni, ancora con la stessa passione.

Quiz non superato ma sapete una cosa? Ne è valsa la pena solo per i professori con i quali ho parlato. L’augurio? Che tutti ne abbiano o ne abbiano avuto almeno uno così.

Un bacio!

Stage

Da un pò di tempo lascio curriculum a destra e a manca.
L’altro giorno mi chiama una nota catena specializzata in videogiochi e chiedo delucidazioni.
Il tizio inizia a parlare di quanto grande sia l’azienda e di quanto dovrei esserne onorata. La cosa va avanti per un’ora, quindi io inizio a pensare ai fatti miei. Dopo ” l’ introduzione ” mi fà delle domande sciocche, tipo quanto ne sò di giochetti. Nessun accenno al tipo di contratto che mi avrebbero proposto e quando lo chiedo il responsabile tergiversa ma alla fine mi risponde: un bello stage senza contributi ( tanto alla pensione non ci arriviamo più ) senza maggiorazioni il sabato la domenica e i festivi. Di essere pagati per gli straordinari non se ne parla.
Il tutto per 40 ore settimanali. Al che io penso che almeno ci daranno un rimborso spese decente. Invece scopro che sono 400 euro, dai quali dovrei togliere i soldi per raggiungere il negozio ( mi servono 2 ore solo per andare e 2 per tornare) e i pasti.
Stare 12 ore fuori di casa ( 8 di lavoro e 4 di viaggio ), per 200 euro.
Mi dice che mi contatterà appena possibile, ma non lo fa e io di certo non piango. Se avesse letto bene il curriculum non avrebbe dovuto chiamarmi per farmi una simile proposta. Almeno in questo è stato corretto.

Prigionieri del presente

 

Quando si è giovani si teme di passare per stupidi; nell’età matura si teme di esserlo.

Questo è quanto asseriva Nicolás Gómez Dávila, (Bogotá, 18 maggio1913Bogotá, 17 maggio1994), scrittore, filosofo e aforistacolombiano, nonché uno dei massimi critici della modernità, parlando dei giovani.

Oggi il problema sembra risolto, perché noi giovani abbiamo smesso di pensare che esista un futuro del quale preoccuparci, quindi non ha senso pensare a come gli altri ci vedono.

 I giovani italiani prigionieri del presente, con poca fiducia nelle istituzioni e nel futuro che li attende. E’ questa la sconfortante fotografia scattata dal Censis tramite il rapporto “ Fenomenologia di una crisi antropologica. Il rattrappimento nel presente “. La perdita di significato della scuola è uno dei sintomi più evidenti del “presentismo”. I limiti dell’offerta formativa, che non garantisce il raggiungimento del successo attraverso un percorso di studi impegnativo, condiziona l’atteggiamento complessivo dei giovani italiani. Siamo quelli che in Europa danno una minore importanza alla scuola: il 50% non la ritiene un investimento valido, contro ad esempio il 90% dei giovani in Germania.

Gli studi sempre più costosi impediscono ai meno abbienti di raggiungere l’istruzione universitaria con il rischio che a permettersi gli studi siano solo i figli di papà. Perché puoi anche essere un genio, ma se non hai i soldi per le tasse, che passano sotto il nome di “ contributo scolastico ”, resti un genio mancato. Perché i professori, quelli bravi e giovani, esistono, ma non sono parenti del magnifico rettore, quindi non insegneranno mai. D’altronde, come nella politica, chi ha una poltrona comoda preferisce morirci sopra, ma guai a perderla in favore di idee nuove.

Tanti anni di studio ( sempre più costoso e mal sovvenzionato ), magari una laurea e poi … le file alle agenzie di collocamento. Verrebbe da pensare che studiare ruba tempo al lavoro. Ovviamente al lavoro che non c’è. La flessibilità sul lavoro è solo il sinonimo di disoccupazione, e questo noi giovani lo sappiamo bene: stages interminabili, contratti di collaborazione, contratti di formazione, contratti a tempo determinatissimo e tutto il sapere, se c’è, chiuso in un cassetto, perché tanto il lavoro dei tuoi sogni, quello che volevi fare “ da grande “, è un miraggio irraggiungibile. Fare il ricercatore o il professore oggi, è l’equivalente del voler fare l’astronauta e andare sulla luna di ieri. Se fai il commesso in un negozio non devi superare i trent’anni o sei considerato vecchio; devi essere di bella presenza, senza famiglia propria se sei una donna, con esperienze precedenti ( se studiavi forse non ne hai ) e ti chiedi se serviva una laurea per piegare una maglietta o se non è più facile entrare nell’esercito.

Oggi i giovani italiani sono anche quelli in Europa che meno hanno intenzione di avviare una propria attività autonoma: il 27,1% contro una media europea del 42,8%, il 74,3% in Bulgaria, il 62,2% in Polonia, il 60,6% in Romania, ma anche il 53,5% in Spagna, il 44,1% in Francia e il 40,3% nel Regno Unito. Significativa è la motivazione addotta: al 21,8% appare un’impresa troppo complicata, contro una media europea del 12,7%. I sovvenzionamenti statali per le attività in proprio esistono solo sulla carta e solo se hai già i soldi necessari per avviare l’impresa. Quintali di scartoffie burocratiche e mesi di aste, solo per aprire una semplice tabaccheria, se trovi il locale: l’Europa cola a picco, i costi degli affitti no.

Nella crisi antropologica che investe la società, si legge nel rapporto, non avere una visione del futuro significa concentrarsi sulla conservazione dell’esistente, cioè sul tenore di vita a cui siamo abituati. Insomma, vivere è già sopravvivere, pensare al futuro un lusso, meglio aggrapparsi alle certezze. Ma quali?

I nostri genitori e i nostri nonni potevano permettersi un mutuo per la casa, grazie alla busta paga che certificava un impiego a tempo indeterminato. Noi veniamo chiamati “ bamboccioni “ perché vorremmo, ma proprio non possiamo andare via da casa dei nostri genitori.

La macchina è usata, anzi usatissima, ereditata… un catorcio. Senza entrate certo le “ spese folli ”  non esistono più. Così le industrie entrano in crisi e licenziano, allungando la lista dei disoccupati. Nel tempo la quota di risorse destinate ai consumi quotidiani primari aumenta più della quota destinata agli investimenti. Dal 1990 a oggi i consumi nazionali sono cresciuti del 22% mentre gli investimenti solo del 12%. E negli ultimi dieci anni i consumi sono cresciuti del 7% mentre gli investimenti sono scesi dell’1%. Logico che di certo non mi faccio un’assicurazione sulla vita se stento ad arrivare a fine mese, figuriamoci se posso comprare una casa.

Si allontanano poi le responsabilità familiari. L’età media al primo matrimonio, che nel 1990 era di 25,6 anni per le donne e di 28,5 per gli uomini, oggi è di 30 anni per le donne e di 33,1 per gli uomini, aumentando così di 4 anni e mezzo in un solo ventennio. Non perché speriamo nell’innalzamento della vita media, ma perché dopo aver studiato non troviamo lavoro, casa, stabilità economica, e siamo ancora così saggi, seppur giovani, da chiederci con cosa sfamare le generazioni che verranno e soprattutto cosa lasciargli di noi, ostaggi di un eterno presente molto poco felice.

Tutti a scuola a copiare:ma vecchio stile

Ecco, finalmente, un campo nel quale le buone, vecchie abitudini si intrecciano con le nuove tecnologie, senza elidersi né cannibalizzarsi. Sui banchi di scuola italiani, nelle università, nei concorsi, si copia come prima e più di prima. Lo fanno tutti, i maschi più delle femmine, gli studenti del liceo scientifico più di quelli del classico, chi è scarso in misura maggiore rispetto ai bravi, ma – al netto dei contrappesi statistici – le percentuali sono eloquenti: copiano “spesso” o “qualche volta” il 69,2 dei ragazzi, il 59,8 delle ragazze. Due studenti su tre. E a comporre l’identikit del copione ci sono dati curiosi, come il primato dell’istituto tecnico agrario, dove confessa di copiare spesso il 45,1 per cento degli allievi, contro l’11,1 dei classici. All’artistico, in compenso, non copia mai il 12,8 per cento, ma è facile ritenere che questo dato, il più virtuoso in assoluto, sia legato alla difficoltà di riprodurre un disegno o una tavola. Chi ha la media dell’8, del resto, copia spesso soltanto nel 6,4 per cento dei casi, mentre chi è sotto il 6 lo fa una volta su due.

È da questi dati, messi insieme con lunghe ricerche e incroci, che è partito il sociologo Marcello Dei per il suo “Ragazzi, si copia”, che esce domani per il Mulino con una prefazione di Ilvo Diamanti. Lo studioso e altri ricercatori (nel caso dei licei, Rita Chiappini) hanno poi classificato i sentimenti di chi attinge a piene mani, nascondendosi al professore: 6 su 10 risultano

indifferenti, uno su quattro è soprattutto soddisfatto per la furbizia dimostrata. La gioia supera di un soffio il senso di colpa: 38,5 per cento contro 37,1. Un atteggiamento mentale lontano, almeno apparentemente, da quello tedesco, che ha da poco spinto alle dimissioni il ministro Karl-Theodor zu Guttenberg, smascherato come laureando copione, o i regolamenti delle principali università americane che prevedono l’espulsione in caso di plagio.

D’altra parte, in Italia, chi non copia non lo fa per virtù. “Timidezza e superbia. Sono i due difetti che mi hanno impedito di farlo, ma non ci avrei trovato nulla di male – ammette Domenico Starnone, scrittore ed ex prof, autore di Ex Cattedra e Sottobanco  –  Ero, anche, abbastanza arrabbiato con i miei compagni che copiavano ossessivamente mentre io sgobbavo sui libri. Più tardi, da insegnante, ho valutato seriamente la possibilità di consentire ai ragazzi di accedere alle fonti: come si fa, per esempio, a scrivere qualcosa di non banale in un tema letterario se non si ha la possibilità di consultare dei testi? Chi non sa nulla, comunque, non è in grado di fare neppure questo”. Stesso problema per gli scienziati: copiare è un’arte e richiede abilità. “Per “rubare” un compito di matematica al compagno bisogna comprendere le formule, altrimenti si sbaglia – spiega il matematico Piergiorgio Odifreddi – Inoltre, ci vuole una grande fiducia nelle capacità dell’altro, che io per esempio spesso non avevo, convinto di essere il migliore… Si copia fin dai tempi di Pitagora, e i geni come lui sono rarissimi: la maggior parte di noi, anche dopo la scuola, non fa altro che rimasticare cose già fatte da altri”.

La tolleranza è molto diffusa. “Copiare – avverte Dei nel suo nuovo libro – è come giocare a guardie e ladri. Presuppone l’interazione tra copiatore e guardiano, e magari un terzo complice”. Del resto, come rivelano i suoi dati, solo il 24,4 per cento dei professori ritiene il fatto di copiare il compito in classe “molto condannabile”, mentre chi suggerisce ai compagni può essere perdonato secondo il 77 per cento. Il campione utilizzato dall’autore tra gli alunni di quinta elementare e quelli delle medie inferiori, del resto, rivela che il vizio si impara da piccoli: già in quelle classi, infatti, copia spesso il 4,7 per cento, e qualche volta un più consistente 28,7, mentre solo il 25 per cento si dichiara del tutto virtuoso. In cima alla classifica c’è la matematica, che offre quasi la metà delle occasioni di frode. Bambini e ragazzi, del resto, non vengono particolarmente repressi: alla domanda “sei stato scoperto?” il 58,3 per cento dei copioni risponde con fierezza “mai”, e al quesito “che cosa è capitato quando l’insegnante se ne è accorto?” il 6,2 per cento asserisce che non è successo nulla e il 38,8 spiega con sollievo di aver ricevuto “solo una sgridata”, mentre è stato punito il 10,8 per cento. “Rubare” i compiti scolastici, d’altra parte, è un delitto senza vittime, almeno nella percezione degli studenti italiani, e tutt’al più fa male a chi lo commette. Alla domanda su quale sia il danno di questo comportamento, il 66,8 per cento risponde “lo studente che lo fa e ottiene un buon voto inganna se stesso”, mentre solo il 6,6 ritiene che la parte lesa sia il compagno dal quale si è copiato, e il 12 per cento si rammarica per chi “invece ha studiato”.

Ogni tanto, qualcuno si stanca di dover passare i compiti, come l’astronoma Margherita Hack. “Feci una gran scenata ai miei compagni, ero stanca di essere sfruttata, e del resto non andavo oltre il 6 o il 7”, racconta. Lo scrittore Claudio Magris ne fa, invece, una questione di lealtà: “Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna a essere amici di chi ci sta di fianco”. La pensa allo stesso modo Fabrizio Jacobacci, avvocato, titolare di uno degli studi più importanti al mondo specializzati nella tutela dei marchi, e dunque nelle strategie anti-plagio. “Ero bravo in matematica – racconta – e facevo in modo che tutti i miei amici riuscissero a copiare da me. Almeno allora non ci vedevo nulla di male”.
E tra i coming out più famosi, come dimenticare quello di un imprenditore di successo, Luca di Montezemolo, che nel maggio del 2007 incoraggiò così gli studenti della Luiss: “A scuola ero campione mondiale di copiatura, facevo sempre in modo di mettermi vicino a qualcuno bravo e generoso…”. Altri, come l’attore e regista Moni Ovadia, rivendicano il sottile filo rosso che unisce la tolleranza tra i banchi con arte, musica, teatro. “Copiavo, avrò copiato di certo qualche volta – ricorda Ovadia, che ha frequentato il liceo scientifico alla Scuola ebraica di Milano – Ora lo faccio di continuo, perché il mio lavoro non è altro che trasferire delle idee, possibilmente senza spacciarle per nostre. Un giorno un pianista klezmer di Cracovia suonò una canzone che mi piaceva molto, glielo dissi e mi rispose: “La musica è mia, le parole le ho rubate anche quelle”. È stata una lezione di vita”. Lontano dai palcoscenici e fuori dalle aule, però, esistono mondi dove il furto del lavoro altrui è considerato una bestemmia: “Cerchiamo di avere idee originali, ma se fossimo tentati di copiare i concorrenti se ne accorgerebbero subito – dice Anna Innamorati, pubblicitaria, presidente di McCann Erikson Italia – Paradossalmente, per noi, l’esistenza della Rete e la possibilità per tutti di spiare il lavoro altrui ha reso più difficile il plagio”.

La condanna morale del copiare, invece, è al centro del sistema scolastico americano, dove la parola usata è cheating, imbrogliare. “Per chi studia negli Stati Uniti – dice Daniela Del Boca, economista, docente, studi a cavallo tra i due Paesi – si tratta di una possibilità che non esiste, specialmente una volta arrivati all’università, dove si paga molto e in genere si è molto motivati. Ma copiare viene stigmatizzato fin dal liceo. Copiare significa non credere in se stessi, che si scontra con l’individualismo alla base del loro pensiero, mentre da noi prevale la tendenza a conformarsi ad un gruppo. Personalmente, se scopro uno studente che copia annullo la sua prova, ma perlopiù cerco di responsabilizzarli”. La maggior parte dei prof, però, non è così ottimista, e cala le armi di fronte a finti orologi collegati a Internet o alla vecchia “cartucciera” ancora in voga, con le varie traduzioni infilate negli interstizi della cintura. “Che cosa dovremmo fare? – lamenta l’insegnante di liceo Luigi Smimmo, uno dei tanti che hanno scritto a Marcello Dei – Dare da tradurre versioni non d’autore, in modo che siano introvabili? O isolare le nostre aule, creando una zona senza campo telefonico? Impossibile. Non resta che continuare a lavorare. E sperare”.