Una Papera per amica

Il peso sociale delle donne è cresciuto enormemente in questi decenni, non così quello politico. Forse non è utopistico pensare di fare dell’8 Marzo un’occasione per le donne affichè sentano la responsabilità del loro ruolo.  L’8 marzo si celebri l’autonomia e l’autostima.

A scuola non resta che l’ora di educazione fisica a separare maschi

e femmine, e mai le donne italianesono state così libere di vivere, amare, lavorare, procreare. Almeno in teoria. Stereotipi mortificanti, dilemmi insolubili, aspettative sociali schizofreniche pesano ancora come macigni: devi essere tutto, non sei abbastanza – e attenta, che spaventi gli uomini! Come raccapezzarsi in questo labirinto? Come imparare a essere donna senza cacciarsi in nuove trappole, scambiandole magari per libertà? Sogno che la tv la smetta di piantare bombe a orologeria nella testa delle ragazzine (e intanto ringrazio chi gira nelle scuole per disinnescarle). Sogno che le donne non debbano patire l’invidia di altre donne che dovrebbero educarle anziché far pagare loro le proprie frustrazioni. Che le “madri dell’anima” soppiantino le madri-maitresse. Sogno che dal fiume della saggezza antica riaffiorino immagini attraverso cui una ragazza possa imparare tutte le donne che porta dentro, scoprire i propri desideri, evitare la scure di Barbablù e la tentazione di Scarpette rosse, sfuggire all’avidità dei predatori con le pelli d’orsa di Artemide e riprendersi con Afrodite la gioia del sesso che non serve ad ottenere soldi o potere e nemmeno rassicurazioni.

Si era trasformato in un appuntamento per happy few. Poche persone che, un po’ per abitudine, un po’ per dovere, continuavano a festeggiarlo per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche degli anni Sessanta e Settanta. Proprio mentre la realtà ci stava travolgendo, trasformando le donne in comparse sempre più marginali di un copione per soli uomini. Ma qualcosa è cambiato e questo sembra un nuovo 8 marzo. Le donne sono stanche di ascoltare tutti quelli che continuano a pretendere che il “secondo sesso”, più fragile e meno sicuro di sé, non ha altro che la bellezza per farsi notare. Non si accontentano più delle briciole. Vogliono che la situazione, in Italia, migliori davvero. Che la libertà e l’uguaglianza non siano più semplici parole, ma diventino “vita, politica e realtà”. Che gli sforzi che tante di loro fanno siano realmente riconosciuti, valorizzati, ricompensati… È anche per questo che, nonostante le minacce e gli insulti, sono state più di un milione a manifestare in tutta Italia il 13 febbraio. Giovani e meno giovani. Madri e figlie. Eterosessuali ed omosessuali. E che, nonostante le battute sarcastiche di chi non ne vuol proprio sapere di queste “radical chic” che dovrebbero smetterla di creare inutili problemi, saranno tantissime a festeggiare con i propri mariti, amici e figli l’8 marzo di quest’anno in Italia. Spettacoli, conferenze, dibattiti, manifestazioni… Per la prima volta dopo tanto tempo, la festa delle donne non è più solo un giorno per commemorare le lotte e le conquiste femminili, ma un appuntamento centrale per cominciare a trasformare la società. Non più solo un modo per dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, ma anche e soprattutto per spiegare quello che vogliamo, sogniamo, speriamo… A cominciare dal nostro corpo. Non tanto (e non solo) per riprendere gli slogan degli anni Settanta che già sottolineavano l’importanza, per ogni donna, di disporre liberamente del proprio corpo. Ma soprattutto perché, in questi ultimi tempi, il corpo femminile è diventato un vero e proprio campo di battaglia su cui ci si accanisce senza tregua. Come se, per la donna, l’unica possibilità di esistere fosse quella di “incarnare” la perfezione. Certo, esistono come sempre delle eccezioni. Come quando Glamour pubblicò le foto della modella “normale” Lizzi Miller, che sfoggiava con orgoglio i suoi 79 chili. Allora furono centinaia di migliaia le lettrici che scrissero alla redazione del giornale: “Finalmente una donna vera, una come noi!” Ma si trattò solo di un istante di sollievo. Prima di ripiombare nella routine, e soffocare di nuovo sotto il peso delle norme. Essere, apparire, controllare… nel nome delle immagini! Eppure sarebbe bello “liberare” definitivamente il corpo delle donne. Non liberarsi dal corpo, come hanno preteso per secoli i filosofi. Perché, nonostante tutto, il corpo c’è. È nel corpo e grazie al corpo che ciascuno di noi è nato, vive, muore. È nel corpo, e per suo tramite, che si incontrano gli altri, si esprimono le proprie emozioni, si manifestano i propri sentimenti. Ma liberare per sempre il corpo femminile dalle aspettative e dagli stereotipi di genere. Questa sarebbe la vera libertà. Il primo passo per l’uguaglianza. Indipendentemente dalla dittatura del gusto, dalle ingiunzioni sociali, dalle norme culturali. Per poter scegliere se vestirsi di rosa, di nero o di giallo, non perché “si fa” o di “deve”, ma semplicemente perché si ha voglia di farlo. Per decidere se essere conformi o ribellarsi, senza che qualcuno ne tragga immediatamente le conclusioni che impone il bon ton. E smetterla, una volta per tutte, di ridurre la donna ad un semplice corpo-immagine…

Non è un sogno. Miserabili azioni si compiono ogni giorno nelle famiglie italiane, nelle case, nelle automobili, nei luoghi in cui ci limitiamo a compiere l’esercizio quotidiano dell’esistenza. Succedono talmente spesso e a talmente tante donne – e uomini – da diventare numeri, per statistiche sociologiche, irrilevanti. Picchiare una donna per gelosia, per timore di perderla o di essere perso, per imporre rispetto, mandarla al pronto soccorso e costringerla a vergognarsi di avere accettato i calci, i pugni e gli insulti – a sentirsi meritevole di punizione e perciò a tacere e a rendersi complice. Perseguitare la ex moglie o la ex convivente che se n’è infine andata, negarle un futuro e, quando la riconciliazione appare ormai impossibile, aggredirla, magari accoltellarla. Difendere un figlio che ha stuprato un’amica, una compagna di scuola, una ragazza conosciuta in discoteca, giustificandolo perché lei era consenziente mentre lui è sempre stato un bravo ragazzo. Cose che capitano. Ma fino a quando? Finché non sembreranno – non a chi le subisce, ma a chi le commette – scandalose, ributtanti, imperdonabili. Non è un sogno, è una pretesa.

Se le mogli non riuscivano ad avere figli era solo colpa loro ed erano donne mancate. Se le donne diventavano madri senza essere sposate erano disonorate e i genitori cacciavano di casa. Se le donne non volevano quel figlio e tentavano clandestinamente di interrompere la gravidanza potevano morire. Le mogli allevavano da sole i figli ma la patria potestà era del marito. Il solo scopo delle donne era essere madri rinunciando ad essere donne. Il rapporto delle donne con la maternità è sempre stato gestito e approvato da leggi, idee, paure, maschili. Ma le donne molto hanno ottenuto e ancora più sognano. Vorrebbero, alla rinfusa: essere persone prima che madri; scegliere di essere o non essere madri; accedere alle tecniche di inseminazione eterologa; essere aiutate sin dall’adolescenza a non trovarsi madri per puro caso; essere madri di quanti figli desiderano senza dover rinunciare alla carriera o scegliere di rinunciarci per essere del tutto madri; avere accanto un uomo-padre come loro sono donna-madre, malgrado il lavoro e l’organizzazione domestica; essere madri di figli maschi e saperli far crescere affinché imparino ad amare, rispettare, aiutare le donne della loro vita; essere madri di figlie femmine che imparino a rispettare il proprio corpo, la propria intelligenza, il proprio valore, impedendo a chiunque di irriderle perché in grado di star sedute sulla propria fortuna.

Corri, bambina, corri…, tu che hai buona la testa, le gambe e il cuore. Corri senza rallentare davanti agli ostacoli, alla stanchezza, alla nostalgia (che pure talvolta ti coglie) del tempo della lentezza e della protezione. Corri per arrivare dove avevi deciso, per soddisfare il tuo sogno e la tua ambizione. La modestia, la rinuncia alle proprie ambizioni, se pure riuscirono, segretamente, a nutrirle, fu il connotato delle donne delle generazioni che ti hanno preceduto, donne educate alla modestia e alla rassegnazione, a mettersi al servizio dell’ambizione del maschio della famiglia, fosse il marito, il fratello, il figlio. Tu sei diversa, tu hai deciso di arrivare dove ti sei proposta. Tra le donne che oggi hanno successo, molte portano nomi illustri. Hanno successo, dunque, per diritto ereditario. Tu non hai un nome illustre, né una famiglia importante alle spalle, ma hai buona la testa, le gambe e il cuore. E hai diritto a correre, e ad arrivare prima se la corsa non sarà truccata. Noi, della generazione che è venuta prima di te, una generazione che si è impegnata nella corsa, che spesso ha vinto, che più spesso ha perso, ti daremo una mano, se ce la chiederai. Ma tu devi sapere che hai diritto a una corsa non truccata, che hai diritto al successo.

 

 

 

 

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